MURANOMurano e il
vetro: un binomio inscindibile. L'antica tradizione vetraria veneziana è più
che millenaria ed è stata spostata dalla città alle isole di Murano con
decreto dogale verso la fine del 1200 allo scopo di evitare i frequenti
incendi che si propagavano dalle fornaci.
Per Venezia divenne di importanza economica
così fondamentale che ai maestri vetrai venne impedito, pena la morte, di
recarsi oltre i confini della Serenissima, al fine di preservarne i segreti
delle sua fabbricazione. Al contempo Murano godette di privilegi unici come
la possibilità di battere una sua propria moneta e di opporsi alla giustizia
veneziana, per esempio rifiutando a propria discrezione l'arresto di un
ricercato.
Nel XVI secolo, all'apice della sua fortuna
divenne un luogo frequentatissimo e alla moda, anche come località di
villeggiatura: vi furono edificati sontuosi palazzi in cui si tennero
memorabili feste che vengono descritte dalle cronache anche come assai
trasgressive e svariati eventi mondani. Il costo della vita arrivò a
superare di molto quello della città di Venezia, un po' come accade oggi
nelle località turistiche più rinomate.
La sorte di Murano e delle sue industrie
seguì quella di Venezia, a fasi alterne declinando, ma poi sempre
riaffermandosi.
Vedere oggi soffiare il vetro in modo
tradizionale, cioè come veniva fatto nei secoli scorsi e non con i moderni
strumenti di produzione industriale, è un'esperienza davvero emozionante.
Quello che sembra una danza fra i gesti leggeri del maestro vetraio e
l'informe sfera infuocata che diventerà per esempio un vaso (come qui
illustrato) pare un gioco da bambini. La rapidità, la leggerezza e l'armonia
dei gesti fanno passare in secondo piano (ci mediti dopo, quando vedi gli
scatti) la tremenda fatica di manipolare materia incandescente in una
torrida giornata estiva, senza soluzione di continuità, senza perdere il
ritmo della gestualità quasi rituale, avviandosi più e più volte al forno
per ravvivare la fusione al fine di non perderne la plasticità.
Non si può veramente capire il valore di
quegli oggetti se non li si vede fare e non si può neppure giustificarne il
prezzo così elevato se non si vedono le miriadi di gocce di vero – non
metaforico – sudore che sono costate all'artefice.
Ma nessun prezzo può ripagare l'aver potuto
ammirare quell'espressione di profonda e serena felicità che si struttura in
un magnifico sorriso sul viso imperlato di sudore del soffiatore al termine
della sua riuscita opera.
E poi la città, dove gigantesche opere in
vetro costellano i canali, dove pare che alieni trasparenti si aggirino
(stupefatti? minacciosi? o solo curiosi?) fra case e chiese e statue che
profumano d'antico.
E quando lasci Murano e vedi allontanarsi la
lunga stele bianca di marmo d'Istria del suo faro (che fin dai tempi
antichi, semplice torre di legno, illuminava la laguna con un magico gioco
di specchi posti a riflettere la luce di un falò) ti par d'aver camminato in
una città di vetro, fuori dal tempo, ti par d'aver sognato.